Kossi Komla-Ebri

Là dove il vento cambia
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23,00

COD: ISBN 978-88-516-0260-4 Categoria:
Descrizione

Descrizione

Un ospedale nel cuore del Togo. Un crocevia di vite, speranze e contraddizioni. La Providence è un microcosmo pulsante dove religiosi, medici, infermieri e volontari di ogni provenienza si confrontano con la realtà africana, con sé stessi e con gli altri. Tra emergenze sanitarie e tensioni quotidiane, si intrecciano storie di amore e tradimento, ambizione e disincanto, ideali e fughe.

Ma il vero protagonista del romanzo è l’Africa. Non solo come luogo, ma come forza trasformativa. I suoi paesaggi, le sue ingiustizie, la dignità silenziosa della sua gente diventano specchio e sfida per chi arriva da lontano. Qui, il vento cambia davvero: spezza certezze, svela fragilità, costringe a ripensare valori e identità.

Racconto corale e profondo di un’umanità che si cerca, si scontra, si reinventa, e in cui la convivenza non è una scelta, ma una necessità.

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Formato

Formato: 12,5 x 20,5 cm
pp. 528

Opinioni dei lettori

1 recensione per Kossi Komla-Ebri
Là dove il vento cambia

  1. Paolo Sangiorgio

    Nel farti davvero i complimenti per aver elaborato un romanzo così pieno di storie e di personaggi che si intrecciano tra loro e raccontano ciascuno un aspetto, un modo di vivere la vita a prescindere dall’ essere nero o bianco ( la generosità,la benevolenza,l’ altruismo e, d’altro canto il cinismo, l’ arroganza, l’ abuso di potere, i pettegolezzi penso siano uguali in ogni angolo del mondo) mi voglio soffermare su un paio di aspetti che mi hanno colpito. Il primo è la storia di Edem Kuevi e il suo vivere così giovane lontano da casa in un collegio austero( sarebbe bello raccontarla nelle scuole superiori ai nostri adolescenti per fare capire cosa significhi la parola sacrificio): tanto mi sono piaciute le descrizioni delle giornate invernali , la scoperta della neve, i soprusi subiti, i comportamenti meschini e ambigui dei frati, la solitudine dei fine settimana, l’ amore per la poesia e i libri… Paradossalmente mi ha colpito e un po’ spiazzato la sua separazione da Anna (ma come, uno che ha vissuto la fatica di arrivare dove voleva arrivare non riesce a capire in fondo i bisogni di chi ama?) che credo voglia dimostrare come anche in questo caso tutto il mondo è paese al di là delle differenze culturali, sociali e ambientali. Il secondo aspetto che più mi è piaciuto è di carattere generale e cioè tutte quelle descrizioni che stanno sempre in sottofondo della “tua” Africa: i paesaggi, le strade di terra rossa, i sapori e i colori del cibo, la confusione gioiosa dei mercati, la vita nei villaggi, la corruzione dei funzionario ( aimé come in Italia), la condizione spregevole delle carceri ( non che in Italia sia meglio), la descrizione delle case e dei riti atavici… Tutti aspetti che ho avuto modo di vivere l’ estate scorsa in Malawi. Mi è piaciuta l’ idea, che condivido pienamente di presentare l’ africa così, senza troppo criticare quello che è, senza cadere in facili moralismi o nelle solite frasi fatte, bensì mostrando tutti i suoi lati (positivi e negativi) lasciando al lettore le sue considerazioni che per essere oneste e sensate devono essere per forza di cose prima “vissute sul campo”. Attraverso il tuo romanzo credo di aver intravisto una sorta d’ invito a visitare e toccare con mano quello che è l’ Africa oggi senza pregiudizi e nemmeno con l’ idea di imporre modi e usi occidentali in modo drastico andando a cozzare con tradizioni millenarie che possono essere sì migliorate ma con mano gentile e progetti mirati. Visitando i Villa in Malawi non ho voluto fare foto da esibire per mostrarne l’incredibile, ai nostri occhi,arretratezza del loro vivere ma ho solo osservato e imparato aspetti quotidiani che mi hanno dato maggior consapevolezza del valore della vita. Il tuo romanzo mi ha dato conferma di questo perché non dà giudizi trancianti sui modi di comportarsi , di esprimersi, di vivere degli africani e degli occidentali ma lascia libero il lettore di farsi una sua idea su quale sia il modo migliore di venirsi incontro per cercare di avviare un cammino comune. Credo che nella sonora risata finale di Luciana e Jafi abbia trovato la mia personale risposta.

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Autori

Autori

Kossi Komla-Ebri

È nato in Togo e vive in Italia dal 1974. Medico-chirurgo e scrittore, ha dedicato la sua attività letteraria al dialogo tra culture, raccontando le sfide e le possibilità dell’incontro tra Africa ed Europa. Tra i suoi libri più noti figurano Imbarazzismi (2002), tradotto in Francia, Stati Uniti e mondo arabo, e il romanzo Neyla (2002). Ha scritto inoltre raccolte di racconti, favole illustrate e poesie, tra cui La sposa degli dèi (2005), All’incrocio dei sentieri (2009), Avant que tombe la nuit (2021), Home (2022) e Neuf lignes pour jaillir du futur (2024).

Cofondatore della rivista El-Ghibli, membro di comitati editoriali internazionali, della consulta lingua mondo della Società Dante Alighieri e già presidente della REDANI (Rete della Diaspora Africana Nera in Italia), è una voce autorevole della letteratura della migrazione. www.kossi-komlaebri.net

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Recensione Raffaele Taddeo su El Ghibli
Là dove il vento cambia
L’ultima fatica di Kossi Komla-Ebri presenta novità significative che l’autore togolese sperimenta nella forma di scrittura che lo caratterizza. Il romanzo propone un narratore esterno che possiamo definire onnisciente poiché conosce la vita di ciascun personaggio, a volte fin dalla nascita. L’aspetto più significativo è la presenza di una molteplicità di personaggi protagonisti. Si può affermare che non ne esiste uno principale attorno a cui gli altri ruotano, ma ognuno ha la medesima importanza. Siamo di fronte ad una “democrazia” degli attori che popolano la narrazione di questo romanzo. Questa organizzazione fa sì che non esista un’unica vicenda. Non c’è il plot come direbbero i critici. Ce ne sono tanti quanti sono i personaggi che non necessariamente sono legati fra di loro. Ciascuno di essi è attore di più microstorie che possono collegarsi, ma possono anche essere indipendenti fra di loro perché non c’è rapporto causa-effetto delle varie vicende. La struttura narrativa sembra assomigliare ad un insieme di racconti riguardanti vari personaggi colti in diverse situazioni e in una loro dinamica di vita. Si potrebbe a prima vista essere indotti a ipotizzare un frastagliamento di episodi. Il romanzo però diventa tale perché esiste un centro narrativo che tiene unificate le diverse vicende dei vari personaggi: possiamo affermare che è lo spazio l’elemento fondamentale della struttura narrativa di quest’opera. È l’ospedale di Ouati, in Togo, gestito da religiosi italiani che fa da catalizzatore di fatti, di vicende che si succedono, si accavallano, si snodano facendo sì che i vari personaggi possano in qualche modo incontrarsi tessendo relazioni positive o negative come avviene in ogni spazio circoscritto del nostro pianeta. In questo ospedale si curano i malati senza chiedere loro preventivamente la somma necessaria per le cure, diversamente da come avviene in tutti gli altri ospedali della nazione, dove è necessario pagare in anticipo. Raggiungere questo spazio, in questo caso spazio chiuso, diventa anche l’occasione per un ritorno in sé stessi. Il narratore aggiunge che “…il trasferimento in un nuovo ambiente, come l’Africa possa mettere a dura prova le relazioni personali”. Si può affermare che ciò accade a tutti coloro che prestano servizio in questo ospedale che si rivela essere un micromondo in cui amori crescono, ma anche si sciolgono perché “l’amore è come un cristallo splendente e trasparente: riflette la luce in mille sfaccettature, ma basta un piccolo urto per incrinarlo e frantumarlo. Eppure in questa fragilità risiede la sua bellezza.” Il narratore insiste molto sulla dinamica dei rapporti personali che qui nascono quasi in maniera inaspettata e impensabile, ma anche sulla rottura di amori che sembravano inossidabili. Aver messo lo spazio al centro della narrazione sottende un forte senso poetico. Lo spazio, come avevano già individuato i formalisti russi, gioca un ruolo essenziale nella dinamica della persistenza o dell’evoluzione della personalità dei vari soggetti umani. In questo caso è lo spazio chiuso, come già detto, che genera una dinamica di introspezione e quindi di messa a nudo delle proprie problematiche. Non è l’Africa in sé che costringe gli individui ad un ripensamento delle proprie relazioni, ma lo spazio chiuso, in questo caso un ospedale. Nello svolgersi delle vicende sembra quasi che le relazioni più strette vadano in frantumi. La dimensione spaziale sembra fungere da catalizzatore degli avvenimenti.
Un altro aspetto significativo è quello della migrazione, che riguarda per svariati motivi ciascuno degli attori di questo romanzo. Ad eccezione di una coppia di italiani che si sposta dal proprio paese per vaghi motivi turistici, tutti gli altri intraprendono l’allontanamento dal luogo di nascita per serie ragioni. C’è chi lo fa per un amore fallito, chi invece per realizzare una esperienza lavorativa (in questo caso nel settore medico) che non è possibile fare nel paese d’origine, c’è chi in parte scontento della propria situazione cerca di risolverla cambiando spazio, strambando dal percorso lineare della propria vita. Ci sono anche parecchi che ritornano al territorio che li ha visti nascere e crescere, quasi come per assolvere ad un debito di riconoscenza: si sentono debitori nei confronti della loro terra perché hanno potuto costruirsi una vita e una professione dignitosa, diversamente dalla stragrande maggioranza della comunità che li ha visti nascere.
Un personaggio viene trattato con maggiore attenzione di altri, maggiore approfondimento nella sua crescita e maturazione: si tratta del dottore togolese Edem Kuevi, che lavora nell’ospedale proprio perché vuole essere d’aiuto alla sua gente. Il narratore racconta i momenti della sua fanciullezza, degli studi intrapresi in un collegio in Francia, dell’intenso lavoro per prendere la laurea in medicina in Italia, dell’amore per una ragazza italiana, Anna, che poi sposa; il trasferimento a Ouati con la moglie in attesa di un bimbo; la nascita del figlio Francesco Koffi Kuevi; la separazione dalla moglie e il ritorno di questa in Italia. Sembrerebbe che in qualche modo la descrizione della maturazione di Edem, narrata così dettagliatamente, sia tratta dall’esperienza personale dell’autore, che il narratore si assume il compito di farci conoscere. Non c’è infatti nessun altro personaggio di cui si racconti gran parte del la vita, praticamente dalla nascita alla fine del matrimonio.
Non poteva mancare In un romanzo centrato in ambiente africano la relazione con l’animismo, una sorta di religione tuttora presente nella credenza delle popolazioni subsahariane. In una pagina del romanzo la fede animistica viene spiegata in poche parole: “Il morire non è scomparire per l’africano. I morti non sono morti. Essi vivono nel regno degli antenati, sono nell’ombra che si rischiara, nell’ombra che si infittisce. I morti non sono sepolti: sono nell’albero che freme, nel bosco che geme, nell’acqua che scorre e che dorme, nella capanna e nella folla. I morti non sono morti.”. Essi agiscono e determinano la vita delle persone a volte quasi in maniera inflessibile ponendosi come esseri che favoriscono o meno la felicità degli individui. Sono intransigenti quando qualcuno della comunità ha commesso delle colpe. Come nella Bibbia si dice che le colpe dei padri si ripercuoteranno sui discendenti fino alla settima generazione, qui si fa presente che le colpe degli avi ricadono su tutte le generazioni successive in maniera implacabile. Un personaggio, Ben Djakui, non comprende le ragioni del perché ogni cosa a lui si tramuti in disgrazia. Consulta uno degli stregoni del territorio, il quale, messosi in contatto con gli spiriti, elenca tutte le malefatte degli antenati, la cui colpa si riversa sulle discendenze successive e quindi anche su di lui. Nella narrazione però non si dice come si possa riparare a questo e se è possibile che attraverso espiazioni la colpa degli antenati possa essere in qualche modo rimossa.
Ma nella cultura di queste zone dell’Africa, sembra dire il romanzo, la relazione fra gli individui si costruisce e vive all’interno della comunità, che sorregge e aiuta ciascuno quando è in difficoltà. La responsabilità individuale è lontana da questa cultura. Cosa è allora più salvifico per l’uomo? La responsabilità individuale senza alcun legame con le ascendenze e con la comunità d’appartenenza, oppure uno stretto legame con esse così che ogni azione positiva o negativa non ricade solo sul singolo ma attiene anche alla comunità e si prolunga nel tempo? Non pare che si dia una risposta a questo quesito che scaturisce proprio dalla vicenda di Ben Djakui. L’individuo, se singolo, ha poca possibilità di esprimere se stesso perché, come dice ancora la Bibbia: “Guai all’uomo solo”. Il romanzo vuole forse significare che solo la comunità, proprio con la sua capacità di solidarietà, può dare una opportunità di salvezza all’uomo.