Kossi Komla-EbriLà dove il vento cambia
Descrizione
Un ospedale nel cuore del Togo. Un crocevia di vite, speranze e contraddizioni. La Providence è un microcosmo pulsante dove religiosi, medici, infermieri e volontari di ogni provenienza si confrontano con la realtà africana, con sé stessi e con gli altri. Tra emergenze sanitarie e tensioni quotidiane, si intrecciano storie di amore e tradimento, ambizione e disincanto, ideali e fughe.
Ma il vero protagonista del romanzo è l’Africa. Non solo come luogo, ma come forza trasformativa. I suoi paesaggi, le sue ingiustizie, la dignità silenziosa della sua gente diventano specchio e sfida per chi arriva da lontano. Qui, il vento cambia davvero: spezza certezze, svela fragilità, costringe a ripensare valori e identità.
Racconto corale e profondo di un’umanità che si cerca, si scontra, si reinventa, e in cui la convivenza non è una scelta, ma una necessità.
Informazioni Aggiuntive
| Formato | Formato: 12,5 x 20,5 cm |
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2 recensioni per Kossi Komla-EbriLà dove il vento cambia
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Autori
Kossi Komla-Ebri
È nato in Togo e vive in Italia dal 1974. Medico-chirurgo e scrittore, ha dedicato la sua attività letteraria al dialogo tra culture, raccontando le sfide e le possibilità dell’incontro tra Africa ed Europa. Tra i suoi libri più noti figurano Imbarazzismi (2002), tradotto in Francia, Stati Uniti e mondo arabo, e il romanzo Neyla (2002). Ha scritto inoltre raccolte di racconti, favole illustrate e poesie, tra cui La sposa degli dèi (2005), All’incrocio dei sentieri (2009), Avant que tombe la nuit (2021), Home (2022) e Neuf lignes pour jaillir du futur (2024).
Cofondatore della rivista El-Ghibli, membro di comitati editoriali internazionali, della consulta lingua mondo della Società Dante Alighieri e già presidente della REDANI (Rete della Diaspora Africana Nera in Italia), è una voce autorevole della letteratura della migrazione. www.kossi-komlaebri.net
Recensioni
Recensione Raffaele Taddeo su El Ghibli
Là dove il vento cambia
L’ultima fatica di Kossi Komla-Ebri presenta novità significative che l’autore togolese sperimenta nella forma di scrittura che lo caratterizza. Il romanzo propone un narratore esterno che possiamo definire onnisciente poiché conosce la vita di ciascun personaggio, a volte fin dalla nascita. L’aspetto più significativo è la presenza di una molteplicità di personaggi protagonisti. Si può affermare che non ne esiste uno principale attorno a cui gli altri ruotano, ma ognuno ha la medesima importanza. Siamo di fronte ad una “democrazia” degli attori che popolano la narrazione di questo romanzo. Questa organizzazione fa sì che non esista un’unica vicenda. Non c’è il plot come direbbero i critici. Ce ne sono tanti quanti sono i personaggi che non necessariamente sono legati fra di loro. Ciascuno di essi è attore di più microstorie che possono collegarsi, ma possono anche essere indipendenti fra di loro perché non c’è rapporto causa-effetto delle varie vicende. La struttura narrativa sembra assomigliare ad un insieme di racconti riguardanti vari personaggi colti in diverse situazioni e in una loro dinamica di vita. Si potrebbe a prima vista essere indotti a ipotizzare un frastagliamento di episodi. Il romanzo però diventa tale perché esiste un centro narrativo che tiene unificate le diverse vicende dei vari personaggi: possiamo affermare che è lo spazio l’elemento fondamentale della struttura narrativa di quest’opera. È l’ospedale di Ouati, in Togo, gestito da religiosi italiani che fa da catalizzatore di fatti, di vicende che si succedono, si accavallano, si snodano facendo sì che i vari personaggi possano in qualche modo incontrarsi tessendo relazioni positive o negative come avviene in ogni spazio circoscritto del nostro pianeta. In questo ospedale si curano i malati senza chiedere loro preventivamente la somma necessaria per le cure, diversamente da come avviene in tutti gli altri ospedali della nazione, dove è necessario pagare in anticipo. Raggiungere questo spazio, in questo caso spazio chiuso, diventa anche l’occasione per un ritorno in sé stessi. Il narratore aggiunge che “…il trasferimento in un nuovo ambiente, come l’Africa possa mettere a dura prova le relazioni personali”. Si può affermare che ciò accade a tutti coloro che prestano servizio in questo ospedale che si rivela essere un micromondo in cui amori crescono, ma anche si sciolgono perché “l’amore è come un cristallo splendente e trasparente: riflette la luce in mille sfaccettature, ma basta un piccolo urto per incrinarlo e frantumarlo. Eppure in questa fragilità risiede la sua bellezza.” Il narratore insiste molto sulla dinamica dei rapporti personali che qui nascono quasi in maniera inaspettata e impensabile, ma anche sulla rottura di amori che sembravano inossidabili. Aver messo lo spazio al centro della narrazione sottende un forte senso poetico. Lo spazio, come avevano già individuato i formalisti russi, gioca un ruolo essenziale nella dinamica della persistenza o dell’evoluzione della personalità dei vari soggetti umani. In questo caso è lo spazio chiuso, come già detto, che genera una dinamica di introspezione e quindi di messa a nudo delle proprie problematiche. Non è l’Africa in sé che costringe gli individui ad un ripensamento delle proprie relazioni, ma lo spazio chiuso, in questo caso un ospedale. Nello svolgersi delle vicende sembra quasi che le relazioni più strette vadano in frantumi. La dimensione spaziale sembra fungere da catalizzatore degli avvenimenti.
Un altro aspetto significativo è quello della migrazione, che riguarda per svariati motivi ciascuno degli attori di questo romanzo. Ad eccezione di una coppia di italiani che si sposta dal proprio paese per vaghi motivi turistici, tutti gli altri intraprendono l’allontanamento dal luogo di nascita per serie ragioni. C’è chi lo fa per un amore fallito, chi invece per realizzare una esperienza lavorativa (in questo caso nel settore medico) che non è possibile fare nel paese d’origine, c’è chi in parte scontento della propria situazione cerca di risolverla cambiando spazio, strambando dal percorso lineare della propria vita. Ci sono anche parecchi che ritornano al territorio che li ha visti nascere e crescere, quasi come per assolvere ad un debito di riconoscenza: si sentono debitori nei confronti della loro terra perché hanno potuto costruirsi una vita e una professione dignitosa, diversamente dalla stragrande maggioranza della comunità che li ha visti nascere.
Un personaggio viene trattato con maggiore attenzione di altri, maggiore approfondimento nella sua crescita e maturazione: si tratta del dottore togolese Edem Kuevi, che lavora nell’ospedale proprio perché vuole essere d’aiuto alla sua gente. Il narratore racconta i momenti della sua fanciullezza, degli studi intrapresi in un collegio in Francia, dell’intenso lavoro per prendere la laurea in medicina in Italia, dell’amore per una ragazza italiana, Anna, che poi sposa; il trasferimento a Ouati con la moglie in attesa di un bimbo; la nascita del figlio Francesco Koffi Kuevi; la separazione dalla moglie e il ritorno di questa in Italia. Sembrerebbe che in qualche modo la descrizione della maturazione di Edem, narrata così dettagliatamente, sia tratta dall’esperienza personale dell’autore, che il narratore si assume il compito di farci conoscere. Non c’è infatti nessun altro personaggio di cui si racconti gran parte del la vita, praticamente dalla nascita alla fine del matrimonio.
Non poteva mancare In un romanzo centrato in ambiente africano la relazione con l’animismo, una sorta di religione tuttora presente nella credenza delle popolazioni subsahariane. In una pagina del romanzo la fede animistica viene spiegata in poche parole: “Il morire non è scomparire per l’africano. I morti non sono morti. Essi vivono nel regno degli antenati, sono nell’ombra che si rischiara, nell’ombra che si infittisce. I morti non sono sepolti: sono nell’albero che freme, nel bosco che geme, nell’acqua che scorre e che dorme, nella capanna e nella folla. I morti non sono morti.”. Essi agiscono e determinano la vita delle persone a volte quasi in maniera inflessibile ponendosi come esseri che favoriscono o meno la felicità degli individui. Sono intransigenti quando qualcuno della comunità ha commesso delle colpe. Come nella Bibbia si dice che le colpe dei padri si ripercuoteranno sui discendenti fino alla settima generazione, qui si fa presente che le colpe degli avi ricadono su tutte le generazioni successive in maniera implacabile. Un personaggio, Ben Djakui, non comprende le ragioni del perché ogni cosa a lui si tramuti in disgrazia. Consulta uno degli stregoni del territorio, il quale, messosi in contatto con gli spiriti, elenca tutte le malefatte degli antenati, la cui colpa si riversa sulle discendenze successive e quindi anche su di lui. Nella narrazione però non si dice come si possa riparare a questo e se è possibile che attraverso espiazioni la colpa degli antenati possa essere in qualche modo rimossa.
Ma nella cultura di queste zone dell’Africa, sembra dire il romanzo, la relazione fra gli individui si costruisce e vive all’interno della comunità, che sorregge e aiuta ciascuno quando è in difficoltà. La responsabilità individuale è lontana da questa cultura. Cosa è allora più salvifico per l’uomo? La responsabilità individuale senza alcun legame con le ascendenze e con la comunità d’appartenenza, oppure uno stretto legame con esse così che ogni azione positiva o negativa non ricade solo sul singolo ma attiene anche alla comunità e si prolunga nel tempo? Non pare che si dia una risposta a questo quesito che scaturisce proprio dalla vicenda di Ben Djakui. L’individuo, se singolo, ha poca possibilità di esprimere se stesso perché, come dice ancora la Bibbia: “Guai all’uomo solo”. Il romanzo vuole forse significare che solo la comunità, proprio con la sua capacità di solidarietà, può dare una opportunità di salvezza all’uomo.
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Recensione di Fulvio Pezzarossa
«Univa due culture lontane in un abbraccio di amore e tradizione».
Che la passione riservata ad affiancare l’attività lavorativa, sino a connotare come figura duplice chi già s’accolla professioni complesse e ad alta specialità, e finisce per ritagliarsi uno spazio di riconosciuto rilievo giustappunto per il tramite di una vocazione all’apparenza risarcitoria, lo dimostra un personaggio di indubbio rilievo come Komla-Ebri, che da decenni costituisce riferimento di articolato e positivo interesse per vari livelli della società italiana.
Precoce migrante in una stagione che teorizzava e sosteneva il terzomondismo, favorendo alcune figure provenienti dal continente africano vocate a percorsi di integrazione, come poteva essere la medicina per un giovane togolese accolto nell’università bolognese degli anni Settanta, non mancarono stimoli e possibilità per una figura di evidente rilievo, che ha saputo affiancare a una vocazione di cura negli ospedali lombardi un impegno ben più largo in funzione antirazzista non solo subordinata al lamento dalla marginazione, assumendo battagliere posizioni nei consessi amministrativi locali, in partibus infidelium dunque, ma specialmente giocando un ruolo convinto e convincente di scrittore, su posizioni in grado di sostenere da intellettuale, cerchie larghe e non sempre adeguatamente valorizzate di personalità anch’esse con retroterra pluriculturale.
E in questo senso si può dire con sincerità che un enorme lavoro, svolto come protagonista diretto di scelte e soluzioni narrative, come la presenza a innumerevoli manifestazioni e incontri dedicati alla cosiddetta letteratura di migrazione, forse di rado giunta a piena realizzazione, come è anche nel suo caso attraverso forme e modalità narrative sempre maturate nello scambio e nel confronto con un esiguo e talora improvvisato manipolo di scrittori, cresciuti grazie anche a una personalità così sfaccettata e tenace nell’affermare valori non sedimentati di creatività immaginativa.
Narrativa mai arresa alle facili aspettative di un colorismo di convenienza superficiale, atto a mascherare attraverso una distanza ribadita fra mondi opposti, ma pure respingendo la comoda e secolare prassi della lamentazione ad erompere con sospensione, disorientamento, frattura insuperabile fra orizzonte lontano e nuovo, sconosciuto ambiente, in cui si è costretti ai margini. All’inverso il sostegno di una forte e personale reattività, che si condensa attorno ad una sequenza di situazioni comiche, paradossali e impreviste fin allo straniamento, che fungono in parallelo come difesa di una propria dignità positiva di pensiero, giudizio e interpretazione. Ne derivano tonalità con spiccate note positive o critiche rispetto anche al paese di cosiddetta accoglienza, solitamente interpretato con garbo convenzionale in funzione difensiva rispetto a posizioni critiche inaccettabili se proferite dallo “straniero”.
Non è casuale che precocemente proprio i testi narrativi evidenziassero sintomi dai tratti specifici sul punto di riaffiorare nella realtà sociale italiana, proprio sollecitata dall’arrivo dei protagonisti della migrazione, come rilevava Laura Balbo (che proprio in questi giorni ci ha lasciato), studiosa precoce di queste tragiche tendenze e non casualmente attenta prefatrice del più celebre volume di Komla-Ebri, con una stimolante prefazione a Imbarazzismi, ratificandone la metodica se non scientifica reattiva incisività pertanto disponibile a maggior circolazione attraverso la forma letteraria.
Quello smontaggio delle pretese scientifiche e politiche della reazione razzista s’accompagnava ad un’invenzione di graffiante contro-lettura del fenomeno, quando lo scrittore decise di impegnarsi attraverso l’editrice Dell’Arco-Marna, che consentiva l’impiego di giovani emigrati, non solo in un’intensa opera di pubblicazione di testi di area, specialmente creando le condizioni per una loro messa in circolo di forte significato. Ci si affidava infatti alle modalità distributive arcaiche e di massima sincerità dei colporteurs, con presidi mirati e non casuali, così che i luoghi civici marcati da biblioteche e librerie del sistema editoriale standardizzato, si misuravano col libero e provocatorio circolare di testi affidati agli ambulanti, quei vu’ cumprà di cui veniva capovolta la “pericolosa” presenza quali spacciatori, in relazione appunto ad un assetto culturale radicalmente capovolto nei confronti di quello bianco, maggioritario, dilettevole o professionale. Non si può certo dimenticare che quella stagione ha anche coinciso con ruoli e occasioni ufficiali, in primis la partecipazione ad un progetto a lungo centrale per i testi di migrazione, come la rivista on line «El Ghibli», o la promozione di associazioni di persone con background africano, Da questa deriva anche una importante recente antologia di narrazioni stimolata dalla scomparsa precoce di Kaha Mohamed Aden, celebrata scrittrice somala, attorno alla quale s’è sviluppata questa comunità intellettuale intesa a ricordarla col richiamo non solo ad una appartenenza africana, ma con la reunion praticamente completa dei massimi autori attivi nel territorio letterario italico con provenienza dal Corno d’Africa, rappresentanti geograficamente e culturalmente il riferimento di una troppo lunga, e forse mai risolta, pertinenza del nostro paese al sistema coloniale dell’ultimo secolo.
Richiamo il testo non solo come dato di merito degli autori e dei coordinatori, ma anche perché giunge a misurarsi non solo con un generico tabù della morte, ma ci ricorda quanto andrebbe sfaccettata la parabola vitale d’ogni essere umano, favorendo l’uscita da ossessivi stereotipi dell’informazione, come l’esclusivo dominio nell’immaginario nostrano della figura del migrante quale giovane e fortunato avventuriero che sbarcato delinque e si dilegua alle spalle di rigorosi cittadini. Mentre invece sono proprio gli spazi del sacro mortale, le aree cimiteriali insomma, quelle che testimoniano singoli, silenziosi, larghi e datati percorsi di arrivo già nel secolo scorso, e che hanno consentito di mettere radici nel territorio italiano come scelta affatto transitoria, in un gioco di micro mutamenti quotidiani che hanno condizionato la stabilizzazione nel nuovo contesto in proiezione definitiva, possono consentire, finendo per trasformare drasticamente profili di sentimenti e intelligenza.
In questa situazione si riflette la vicenda stessa di Komla-Ebri, che sta realizzando l’intera sua parabola di maturità ben oltre le scadenze temporali dell’attività lavorativa, presente in alcuni dei suoi primi volumi, originali nel panorama italiano nell’affrontare con sicura scelta una prospettiva comica adottata per non banalizzare i drammatici episodi della violenza razzista quale risposta automatica al dispiegarsi dei flussi migratori verso la mitica Lampedusa. Ciò con paradossale e sorda smemoratezza rispetto a condizioni e drammi patiti da milioni di migranti italici, che quelle esclusioni violente e umilianti avevano sperimentato un po’ ovunque nel mondo in un arco temporale che non casualmente congiungeva la faticosa nascita della nazione ottocentesca con la non meno travagliata storia del secondo dopoguerra. Pertanto quegli imbarazzi suonavano come arguta vendetta della storia, proclamata con un livello di lucida necessità nella loro messa a nudo che rischiava di creare (com’è stato) scontri di civiltà assolutamente infruttuosi, e che forse soltanto l’effetto corrosivo dell’ironia, dello stretto giro di battute, della scoperta di situazioni di paradosso o di svelamento esplicito di elementi di distanza e differenza tutti artificiosi, rendeva oggetto di necessaria elaborazione, in direzione reattiva e dinamica nei rapporti interetnici.
L’intelligenza dell’autore sta non solo nel rinnovare l’aspetto inventivo e le modalità rappresentative, nel caso affidandosi ad una strumentazione e ad un arco di scelte che paiono imporsi anche nella loro fisicità, quando assistiamo al transito da quella che all’esterno potrebbero sembrare sequenza di episodi strambi e scambi verbali, risatine sommesse, rispetto all’ultima creazione del narratore, oggetto monumentale che supera le 500 pagine. Questo non è solo dato statistico, perché interessa anche un altro autore di fama come Jadelin Gangbo, lui stesso medico di agopuntura cinese, che ha da poco ripreso l’attività creativa con un romanzo di tormentata e faticosa stesura in inglese, che tocca addirittura pagina 600, anch’esso preso dalla necessità di fare il punto, come uomo e come artista, fra almeno tre culture, affidandosi non solo all’impressività ma recuperando la marea dei non detto, chiamata a manifestarsi a titolo di riflessione profonda e sincera a partire dall’ultimo periodo londinese.
Mentre tuttavia il testo di Gangbo è l’esasperazione, e al tempo stesso la testimonianza di una sensazione di isolamento e di spiazzamento, che abbisogna delle procedure di autoanalisi, corrispondenti in campo letterario all’autobiografia e all’autofiction, che governa in pratica quasi l’intero corpo degli scritti migranti, pur nel reticolo di analogie e richiami di questi macro modelli, non è un caso che Komla-Ebri ci offra in forme mediate e di molteplice rilevanza l’originale bilancio del suo percorso vitale e professionale, calato nei magmatici problemi che affiorano dalle derive e frizioni di due continenti che segnano la vita contraddittoria e la pluralità dei personaggi.
Tema niente affatto scontato, con specifica traccia edificante in duplice finalità assolutoria, verso la generosità occidentale auspicando un futuro autonomo del “continente nero” ad oggi inesistente, in carico a povertà e ignoranza locali, lo scrittore evita però, grazie ad un’immutata disponibilità alla ricerca di aspetti formali che sostanziano le novità proposte con coraggiosa energia, le comode tentazioni di una rappresentazione edificante o a senso unico, come potrebbe scaturire da una prospettiva giocata sulla ricostruzione di una situazione direttamente esperita, con fondamento veridico. Lo sforzo tende a presentare una fortunata storia di integrazione giocata sull’intelligenza dialogica attraverso un ventaglio di risorse comunicative e incisive nella realtà sociale come appartiene all’esercizio di una coraggiosa applicazione di professionalità medica, evitando banali glorificazioni e portando a risalto il groviglio di problematiche che il tema sanitario presenta ad una immobile discrepanza di risposte da parte di mondi anche in questo abissalmente distanti e confliggenti, essendo che (come ha evocato di recente una delle fantasiose riunioni dell’incomprensibile Piano Mattei il nostro primo governante), si deve considerare la mancanza di qualcosa come 6 milioni di medici da inserire nelle strutture del mondo africano).
Non è affatto su questo livello di pianificazione, che sappiamo già presto insoddisfatta e svuotata a favore del procacciamento di devastanti energie fossili, che si svolge la narrazione, che rende con grande originalità lo stato effettivo dei rapporti e delle prassi di sostegno, offrendo al lettore un quadro di validità larga, che la situazione dell’ospedale togolese de La Providence, gestito da religiosi missionari italiani, riesce tenacemente a servire ad una larga e differenziata, anche sotto l’aspetto del sollievo della diffusa morbilità, ad una popolazione che incrocia con desiderio, ma altresì con dubbi e sospetti pregiudiziali, le risorse della scienza e della tecnologia medica importata dall’Occidente. Quello che a qualsiasi distratto lettore pare problematica oggettiva e organizzativa, secondo la preminente dinamica di mercato nella quale domanda e offerta trovano unicamente un interesse concreto condiviso, in realtà porta in chiaro gli interessati meccanismi della ragione umanitaria, presentando la prassi e la sequenza operativa dei camici (e anche dei cervelli) bianchi che nello slancio pur vario della generosità assistenziale, finiscono per condizionare la modellizzazione analoga alla nostra di una vastissima realtà culturale e territoriale, costrette inevitabilmente a smontare, rifiutare, accantonare, ripensare il loro mondo, e quello che in migliaia di anni e di episodi i loro antenati hanno costruito e posto a base di indubbia indipendente vitalità.
Quel piccolo ospedale, immerso in uno sterminato quadro di umane sofferenze, funzionando con semplice e generosa disponibilità di risorse umane e materiali sotto la conduzione di religiosi rappresentati dal ferreo ma efficacissimo Padre Ambrogio, finisce per essere protagonista vero della narrazione, qualcosa come un castello dei destini incrociati perché l’interesse dell’autore non è affatto quello di evidenziare pretesi dislivelli di cultura tecnologica, capacità rare e indispensabili in una caritatevole curvatura rispetto le miserie di popolazione sottosviluppata, finire cioè nella trappola consolatoria nel momento stesso in cui l’acuto sguardo del narratore finisce per presentarci una storia sdoppiata, non solo grazie alle visioni e interpretazioni opposte che personaggi locali e coloniali (loro malgrado) esprimono a fronte di situazioni di frastagliata complessità e di dubbia risoluzione, ma altresì è ottimo punto panoramico per un’anamnesi antropologica che scandaglia scelte razionali e/o emozionali che riescono a coinvolgere positivamente rari e fortunati pazienti, per terminare col direttore della struttura.
A questo punto servirebbe una lunga lettura del ventaglio di casi, tutti di singolare e complessa rilevanza, perché le scene sono sempre più che popolate, dato che accanto al personale medico confluiscono non solo i bisognosi di cura e medicamenti, ma anche una serie di figure dal primo mondo (infermieri, giovani assistenti, ambiziosi professionisti), la cui veloce sostituzione richiama destini sospesi e inquieti, e vengono presentati con originale ripetersi intervallato e casuale, rivelando destini incompiuti, scelte sognate o deluse, orizzonti di nuovo aperti, delusioni per un mondo e un ambiente altro rispetto al percorso educativo e alle effettive risorse spendibili nel mondo di origine, che rimane lontano ed estraneo, seppure li ha guidati verso curiosità attiva e generosità sincera, ma anche col sogno di raggiungere posizioni di comodo, territori meno sorvegliati, a facilitare percorsi su terreni di sperimentazione irresponsabile, in uno spazio dove comunque vige il privilegio, ma non l’automatismo di una dominanza su se stessi e gli altri, come comprovano i quasi sistematici casi di attrazione e repulsione, di innamoramento e rifiuto, di sfruttamento cinico della sperimentazione, e la miseria come esito della incapacità a provvedere svolte stabili e conquiste diffuse per l’intero sistema sociale di quello, e dei tanti altri territori africani.
Il nostro medico scrittore si mostra di assoluta efficacia accantonando la favoletta buonista assistenziale comunque etichettata, e mai veramente sciolta dalle ragioni e dai meccanismi di un colonialismo imperituro, e si pone in una sequela impressionante di casistiche di rottura o problematiche, da portare a giorno nel racconto per meglio segnalare e respingere i tentativi opposti o inutilmente giocati su convergenza, difetti, debolezze, miserie, egoismi, sordità che impediscono alle due civiltà piena realizzazione, nel rispetto e nella sintonia dialettica con l’altra.
A questo anche s’accompagna una certa ripresa della tonalità comica quando l’incontro tra le culture rimpalla tra François e Ben, in combutta con Folly, alle prese com’era stato nella patria brianzola dei coniugi Biccari, esemplari parossistici di turisti sordi e ciechi rispetto a qualsiasi diversità, solo avvicinata per bieco e contingente interesse, di conseguenza ripagati con grezzi tentativi di truffa a segnalare come ci venga presentato un mondo che tanti aspetti contraddittori del reale raccoglie e raffigura, con uno spirito curioso, attento nell’indagine e nella raffigurazione, che pur iscrivendosi in un obiettivo di rappresentazione diretta di personaggi ed evenienze, non le rievoca a caso, profilando con sensibile delicatezza la varia personalità di protagonisti di fatto lontani da figure esemplari. Ma di certo Edem Kuevi (nel quale si scorge un riflesso della storia personale dell’autore) non ha nulla di eroico o esemplare, pur transitando il suo percorso con lucida emersione di risposte a situazioni critiche rispetto ai due mondi, arrivando in ragione di stazioni e passaggi non certo ingenui a conquistare nell’Occidente la desiderata laurea medica, da reimpiegare appunto in un’opera di tessitura, severa, retta e lucida nel giudizio, ma mai ostile e rivendicativa. Ciò nonostante il lungo capitolo che rappresenta il forzato abbandono della terra natale e il fortunato, o meglio fortunoso approdo al collegio francese che lo rende bersaglio di infinite vessazioni che l’ostilità aggressiva europea gli rivolge, in cambio diseguale e lacerante includendolo nei ranghi ufficiali di una professionalità che può tornare, con tutti i limiti oggettivi, ma con una sconfinata volontà personale, a incidere in positivo sul territorio nativo, giocando in prima persona, com’è stato per Komla-Ebri stesso, nell’incontro simpatetico fra mondi ancora troppo chiusi e lontani. E su questo passaggio relativo all’ignorato cronotopo del collegio si dovrebbe di certo tornare con ampia e attenta indagine, a rintracciare una casistica enorme, che è anche del reale, di situazioni nelle quali la struttura reclusiva-assistenziale è stato strumento ordinario per attuare percorsi di reclutamento di sudditi periferici da destinare all’ambigua situazione di un inclusione comunque iscritta in immutate dinamiche coloniali da Bamboo Hirst in avanti.
Dietro le disavventure del ragazzino africano solo e smarrito, ma tenacissimo nella volontà inclusiva si ribadisce la preziosa utilità di qualsiasi risorsa possa riorientare anche solo di un grado differenziale, le disumane diversità che si pretendono ovunque attive, e dalle quali dovrebbero scaturire commistioni feconde a valenza plurima, come anche capita nelle pagine dedicate alle difficili strategie educative all’interno dei cosiddetti “matrimoni misti”, basate su polarità transcontinentali.
A più riprese il testo richiama il valore della condivisione, dello scambio e della messa in comune di valori, risorse, storie e profili umani, di particolare rilievo per civiltà in cui ancora prevalgono dimensioni di vissuto condiviso, come quella africana che nel brulichio di folle, comunità, famiglie, gruppi, parentadi di larghi contorni dimostrano condizioni di sofferenza ma anche un inarrestabile slancio vitale, alla cui rappresentazione non possono concorrere solo alcuni protagonisti di forzato eroismo, senza che mai si raggiungano tonalità drammatiche, consentanee al vittimismo, grazie ad uno sguardo tragico, ma controllato e maturo. Essi sfuggono pure il filtro di una resa linguistica leziosamente affidata a localismi ed esotismi, in una involontaria ma dura condanna, quando invece l’autore mostra ad ogni passaggio la limpida tenuta di un italiano evocato con semplice efficacia a raffigurare un mondo troppo trascurato.
Questo è aspetto non secondario a segnare una netta evoluzione popolazione u immigrata e dei suoi ruoli sociali, riflessi anche in generale nella produzione e strumentazione narrativa, dove le G2 non esplicitano più problematiche come all’altezza di Pecore Nere, con conflitti interni ai gruppi familiari, ma pure si evita l’artificiosa costruzione dei maranza, con riappropriazione di temi, pose e dialettica che capovolgono le risorse ostili della società benpensante ostile, facendo dei capi d’accusa strumenti di rivendicazione di libertà anche linguistiche, non a sola dimensione letteraria, ma riferibili alla sfera di rap e trap.
Un orizzonte che pare lontano da K, più specifico di giovani donne fiere dell’esibizione di afro-discendenze, su ispirazioni provenienti da grandi movimenti internazionali d’opinione politica, tipo Black Lives Matter, o nel riferimento alla Critical Race Theory, orientando i prodotti librari fuori da territori preminentemente letterari che pertengono ad una prima generazione e di migranti e di scrittori di tradizione, come in fondo rimane Kossi Komla-Ebri.
Dalle pagine di K escono personaggi leggeri, nel senso di non meccanici esemplari di teorie o condizioni, ma come nel reale carichi di tentazioni, desideri, capacità, debolezze o egoismi, non schierati su una posizione collettiva, dove purtroppo la fermezza delle intenzioni, capacità di ascolto e di scambio culturale non sempre riescono a contrastare il vento che fa il suo giro.
Autore: Fulvio Pezzarossa
Già Docente di Sociologia della Letteratura presso l’Università di Bologna, Fulvio Pezzarossa è da tempo impegnato a studiare e accompagnare lo sviluppo dei testi di migrazione nel panorama letterario italiano. Oltre al convegno internazionale sui Vent’anni della scrittura di migrazione (CLUEB, 2011, con I. Rossini), si ricorda l’impegno come fondatore e direttore della rivista “Scritture Migranti”, e l’ideazione del primo Laboratorio di scrittura interculturale, che da oltre un decennio si realizza all’interno del Dipartimento di Filologia Classica e Italianistica bolognese.
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Recensione di Ghada Senhaji : LA DOVE IL VENTO CAMBIA : tra due mondi e una sola umanità.
Kossi Komla-Ebri vive in Italia da quasi mezzo secolo portando sulle spalle un altro continente.
Mi assale allora un desiderio insistente di chiedergli, come può un migrante sostenere il peso di due continenti nello stesso tempo: uno nel quale vive e uno che continua a vivere dentro di lui?
Come riesce quest’anima a vivere sospesa tra due continenti senza che il corpo si consumi e la mente si frantumi?
Forse intuivo già una risposta, o forse cercavo di rispondere io stessa al suo posto: forse questa forza risiede nella scrittura, capace di ricucire quella frattura o almeno di provarci.
Per leggere parte di ciò che ha scritto Kossi Komla-Ebri ho avuto necessariamente bisogno di un intermediario; e per trasmettervi ciò che ho preparato sulla sua esperienza di scrittura ho avuto di nuovo bisogno di un intermediario.
Talvolta l’intermediario è la lingua, sia nella lettura sia nella traduzione; altre volte è la terra stessa, perché la geografia ci spinge a cercare tutto ciò che può unirci. E forse, alla fine, ciò che realmente ci unisce è la nostra verità, la nostra natura umana, o più precisamente la nostra comune umanità.
La prima opera che ho letto di Kossi Komla-Ebri è stato un racconto pubblicato in una raccolta tradotta dall’italiano all’arabo dallo scrittore siriano Yousef Wakkas intitolata “Un muro sul confine”, una raccolta di racconti della letteratura della migrazione in Italia.
Il titolo del racconto di Kossi Komla-Ebri era: Del rap hip hop (L’ottavo peccato).
In verità questo racconto offre al lettore un piacere di lettura simile a quello di cui parla il critico letterario francese Roland Barthes nel suo libro Le plaisir du texte. Fa sì che il lettore entri in armonia con la cultura e viva un’esperienza di pensiero che lo libera dai vincoli della lettura e dai suoi obiettivi prestabiliti. Qui l’autorità dello scrittore viene sostituita dalla libertà del lettore: ciò che Barthes definisce il senso del testo, che non nasce soltanto dall’autore ma dall’interazione tra testo e lettore.
Quel racconto coinvolgente mi ha spinta a cercare con passione gli universi letterari di Kossi Komla-Ebri, aiutandomi con ciò che trovavo su internet: articoli, interviste e altri racconti tradotti.
Non avrei mai immaginato che questo scrittore vivesse nello stesso paese in cui mi ero trasferita da poco. E poiché a volte il caso vale più di mille appuntamenti, io e mio marito abbiamo ricevuto un invito a partecipare a un incontro organizzato in occasione dell’uscita del nuovo romanzo dello scrittore, in una libreria a pochi metri da casa nostra.
Con un largo sorriso e occhi pieni di allegria, questo scrittore africano accoglieva con affetto i suoi lettori riuniti attorno a lui nella libreria Libreria degli Asinelli. Un incontro caloroso attorno al suo nuovo romanzo, “Là dove il vento cambia”, mentre fuori altri venti agitavano le foglie autunnali facendole fuggire verso l’ignoto.
“Perché hai scelto di scrivere in italiano?”, gli chiede la giovane donna bionda, e la domanda allarga ancora di più il suo sorriso. Con calma e sicurezza risponde:
“Esiste la lingua della terra, la lingua della madre e la lingua dell’anima. Io scrivo in italiano perché è la lingua del sentimento. È una lingua che ho scelto e che non mi è stata imposta da un colonizzatore o da altri. L’ho amata fin dalle prime parole imparate al mio arrivo in questa terra europea negli anni Settanta, proveniente dalle profondità dell’Africa.”
Il vecchio migrante Kossi Komla-Ebri non era soltanto un romanziere, ma anche un chirurgo esperto e stimato. Eppure durante il suo intervento continuava a fare ironicamente riferimento al razzismo diffuso nel mondo e all’abisso che ancora separa il bianco dal nero. Un razzismo che compare in gran parte delle sue opere e a cui ha dedicato un intero libro di racconti satirici: “Imbarazzismi. Esercizi di razzismo quotidiano”.
È motivo di gioia sapere che questo libro sia stato tradotto anche in arabo.
Kossi Komla-Ebri interrompe le risposte alle domande del pubblico per leggere un brano del suo nuovo libro. Intanto la barriera della lingua mi impedisce di addentrarmi profondamente nei significati verso cui conducono le parole. Eppure il vento del suo romanzo era caldo, carico del nostro sole africano; mi avvolgeva e ci trasmetteva quel tepore di cui avevamo bisogno nel pieno di un freddo inverno europeo.
Mi domando come abbia fatto questo chirurgo a esercitare la sua professione con la penna invece che con il bisturi. E come abbia potuto trasformare l’Africa in un corpo vivente.
Riaffiorano nella mia memoria di lettrice medici-scrittori come Nawal El Saadawi e Khaled Hosseini, che hanno curato le malattie degli esseri umani con la medicina e quelle della società con la scrittura narrativa.
Sfoglio allora il romanzo del medico togolese italiano Kossi Komla-Ebri e mi smarrisco nei suoi spazi senza confini e nei suoi tramonti luminosi, rapita da personaggi contraddittori e da mondi complessi in cui ordine e caos, malattia e guarigione, scienza e fede, generosità e bisogno, umanità ed egoismo, aspirazione alla libertà e realtà di dipendenza e autoritarismo, interessi individuali e interessi collettivi si fondono e si inseguono senza fine.
Sono intrecci di destini, in cui si muovono figure bianche e nere su una terra africana, dove l’essere umano resta nudo davanti ai venti del mondo, a cominciare da quelli della natura.
Leggere Là dove il vento cambia significa comprendere che la condizione di straniero non appartiene soltanto a chi mette piede in Europa. Anche l’europeo può diventare, con estrema semplicità, lo straniero che cerca di vivere in Africa o persino colui che vi fugge. Ognuno di noi, in questo vasto mondo, ha le proprie ragioni per lasciare la propria patria, con tutto ciò che la parola patria racchiude.
-Ghada El Sanhaji-
è una scrittrice e giornalista marocchina che si occupa di narrativa, critica e opinionismo. Tra le sue pubblicazioni letterarie figurano: “Al-Hariba” (La fuggitiva), “Hiya wa Huwa” (Lei e Lui), “Nisa’ Ghayr Mashhurat” (Donne non famose), “Al-Balabil la Tuhalliq fi al-A’ali” (Gli usignoli non volano in alto), “Ma Anta bi-Qari'” (Tu non sei un lettore) e “Kilitu wa Ashbahuhu” (Kilitu e i suoi simili).
Inoltre, prepara e presenta i seguenti programmi culturali: “Thaqafa bila Hudud” (Cultura senza frontiere), “Kitab al-Yawm” (Il libro del giorno), “Kutub Mamnu’a” (Libri proibiti), “Sha’ir fi Khulwatihi” (Un poeta nel suo ritiro) e “Liqa’ Khass” (Incontro speciale) sul canale satellitare marocchino *Télé Maroc*.







Alberto e Stefania –
Il libro mi è piaciuto molto.
La struttura a capitoli con i nomi e le trame individuali che si intersecano funziona molto bene, la lettura è davvero piacevole.
Se ci fossero state altrettante pagine sarei andato avanti a leggerle.
Ho come l’impressione che non tutte le storie nel libro si concludano ma è così, non in tutte le storie che vivi o senti hai la consapevolezza che si siano concluse perché forse non si sono concluse (è il bello della vita).
È un romanzo e non un saggio ma dice tante cose, da molti punti di vista.
Ho colto soprattutto il messaggio a me come “bianco occidentale” e “cooperante”.
Con mia moglie molti anni fa sono stato volontario per quasi tre anni in un paese dell’Africa sub sahariana.
Nel nostro soggiorno, molte delle cose che racconti le abbiamo vissute, viste o intuite.
Non tutte ci sono piaciute.
Le descrivi bene, con sincerità, sono un po’ scomode o indigeste ma è tutto vero.
Dall’approccio verso questo “partire” ai tanti modi di “stare” al come e perché “tornare”.
Anche le vicende dei personaggi che appunto possono avere dei cambiamenti profondi e inaspettati senza che ci sia un giudizio morale su di loro mi è piaciuto.
Non ci sono “buoni” e “cattivi” in assoluto.
Come scrivi alla fine: “L’Africa mette a nudo le tue non debolezze Qui vi ritrovate con voi stessi senza più il paravento, la corteccia protettrice del ritmo sfrenato dell’Europa che non vi lascia tempo per soffermarvi sulle cose”.
Per noi è stato così.
Leggere le tue pagine ha messo in moto pensieri e sensazioni nel profondo.
Inquietudini, sensi di colpa, frustrazioni. Mi sono agitato dopo aver chiuso il libro prima di dormire (facendo sogni poco sereni) e ripensando alla nostra esperienza in cui soprattutto non ci siamo sentiti all’altezza del compito, ma impotenti di fronte ai tanti problemi e soprattutto alla sofferenza che non sembrava essere minimamente intaccata dal nostro sforzo.
Dopo tanti anni so che, anche se non ha cambiato “il destino del continente”, andare non è stato inutile, né per noi né per quelli che abbiamo cercato di aiutare nel nostro piccolo.
Ma leggere ha anche richiamato tanta bellezza che abbiamo vissuto nel nostro soggiorno, nei luoghi e soprattutto nelle persone di quelle terre che abbiamo affiancato in quel breve periodo.
Questa meraviglia resta nel nostro profondo e resterà per sempre.
Grazie davvero per questo tuo lavoro!
Alberto e Stefania
Paolo Sangiorgio –
Nel farti davvero i complimenti per aver elaborato un romanzo così pieno di storie e di personaggi che si intrecciano tra loro e raccontano ciascuno un aspetto, un modo di vivere la vita a prescindere dall’ essere nero o bianco ( la generosità,la benevolenza,l’ altruismo e, d’altro canto il cinismo, l’ arroganza, l’ abuso di potere, i pettegolezzi penso siano uguali in ogni angolo del mondo) mi voglio soffermare su un paio di aspetti che mi hanno colpito. Il primo è la storia di Edem Kuevi e il suo vivere così giovane lontano da casa in un collegio austero( sarebbe bello raccontarla nelle scuole superiori ai nostri adolescenti per fare capire cosa significhi la parola sacrificio): tanto mi sono piaciute le descrizioni delle giornate invernali , la scoperta della neve, i soprusi subiti, i comportamenti meschini e ambigui dei frati, la solitudine dei fine settimana, l’ amore per la poesia e i libri… Paradossalmente mi ha colpito e un po’ spiazzato la sua separazione da Anna (ma come, uno che ha vissuto la fatica di arrivare dove voleva arrivare non riesce a capire in fondo i bisogni di chi ama?) che credo voglia dimostrare come anche in questo caso tutto il mondo è paese al di là delle differenze culturali, sociali e ambientali. Il secondo aspetto che più mi è piaciuto è di carattere generale e cioè tutte quelle descrizioni che stanno sempre in sottofondo della “tua” Africa: i paesaggi, le strade di terra rossa, i sapori e i colori del cibo, la confusione gioiosa dei mercati, la vita nei villaggi, la corruzione dei funzionario ( aimé come in Italia), la condizione spregevole delle carceri ( non che in Italia sia meglio), la descrizione delle case e dei riti atavici… Tutti aspetti che ho avuto modo di vivere l’ estate scorsa in Malawi. Mi è piaciuta l’ idea, che condivido pienamente di presentare l’ africa così, senza troppo criticare quello che è, senza cadere in facili moralismi o nelle solite frasi fatte, bensì mostrando tutti i suoi lati (positivi e negativi) lasciando al lettore le sue considerazioni che per essere oneste e sensate devono essere per forza di cose prima “vissute sul campo”. Attraverso il tuo romanzo credo di aver intravisto una sorta d’ invito a visitare e toccare con mano quello che è l’ Africa oggi senza pregiudizi e nemmeno con l’ idea di imporre modi e usi occidentali in modo drastico andando a cozzare con tradizioni millenarie che possono essere sì migliorate ma con mano gentile e progetti mirati. Visitando i Villa in Malawi non ho voluto fare foto da esibire per mostrarne l’incredibile, ai nostri occhi,arretratezza del loro vivere ma ho solo osservato e imparato aspetti quotidiani che mi hanno dato maggior consapevolezza del valore della vita. Il tuo romanzo mi ha dato conferma di questo perché non dà giudizi trancianti sui modi di comportarsi , di esprimersi, di vivere degli africani e degli occidentali ma lascia libero il lettore di farsi una sua idea su quale sia il modo migliore di venirsi incontro per cercare di avviare un cammino comune. Credo che nella sonora risata finale di Luciana e Jafi abbia trovato la mia personale risposta.